IL DIO SATELLITE E LE SCIMMIE DORATE DEL LANGUR

Quando mia figlia era più piccola, il pastore protestante disse che Dio vede ogni cosa e mia figlia chiese, se Dio avesse piazzato delle telecamere ovunque e poi da sopra, dal suo ufficio, ci osservasse.

Il pastore rispose che più o meno era così.

Putin a Natale ha fatto scrivere un libro da regalare “Siamo russi e Dio è con noi.”, scritto dal presentatore Vladimir Soloviev. Forse sarebbe stato più lungimirante intitolare il libro “Siamo russi e il Dio satellite ci guarda”, perché questa volta Putin non potrà dare la colpa a nessun altro.

Non potrà dire di non essere stato lui, come quando fece uccidere la giornalista Anna Politkovskya nel 2006 e il caporedattore Pavel Klebnikov nel 2004 e l’ex agente del KGB Alexander Litvinenko, avvelenato nel 2006 in Inghilterra con il polonio (una sostanza che disintegra il DNA) o Michail Khodorkovsky, considerato l’uomo più ricco della Russia, condannato senza motivo da Putin a nove anni di carcere, forse come dicono molti a causa dell’invidia. Per sua fortuna Khodorkovsky oggi vive a Londra. Per poi continuare con l’uccisione del politico, capo del partito dell’opposizione, Boris Nemcov, ucciso davanti al Cremlino nel 2015.

La lista è ovviamente molto più lunga, ma ogni volta Putin disse di non essere stato lui, accusò gli americani, gli inglesi, dei balordi e ogni volta se la cavò.

Anche a livello internazionale con un po’ di imbarazzo, si continuò a stringergli la mano e Putin forse si convinse di avere la cosiddetta licenza di uccidere.

Ma questa volte le cose sono andate un po’ diverse.

Il satellite che è una specie di Dio, con un ufficio pieno di telecamere, ha registrato tutto e in più i soldati russi, responsabili materiali del massacro, non solo hanno postato in Instagram, taggandosi, le loro foto a Bucha, ma non hanno usato messaggi criptati, come Putin da vecchia volpe aveva suggerito, telefonando a parenti, amici e i servizi segreti tedeschi e inglesi hanno ascoltato le telefonate.

Mi rendo conto che per Putin, un uomo che usa ancora l’Olivetti e obbliga tutti i suoi collaboratori al Cremlino a non utilizzare cellulari o smartphone o computer, ma solo il telefono a rotella o la macchina da scrivere per una sua fobica paura di essere intercettato, ecco, credo che per uomo che crede di vivere ancora negli Anni Ottanta, sarà un po’ difficile capire che i soldati diciassettenni, dopo aver violentato bambine, ucciso donne passandoci sopra con il carrarmato, torturato vecchi, diviso a metà bambini di quattro anni, hanno postano il tutto in Twitter o in Instagram.

E così, nel giro di qualche minuto, il mondo ha saputo che tre russi con la faccia da cazzo erano a Bucha in quei giorni. Uno nel suo profilo instagram ha anche il numero di telefono e un altro coglione ora piange e piange in Instagram e dice in russo che lui non c’era, dopo essersi taggato in Bucha.

E poi c’era lui il capo della truppa, anche lui si fa dei selfie e li posta in Instagram, una specie di tartaro-mongolo, uno di quelli che ti riporta alla memoria la grande opera di Dino Buzzati e il suo Deserto dei Tartari. Quarantuno anni, appartenente alla più grande minoranza etnica della Russia e residente a Kharabarovsk, una cittadina dell’estremo oriente al confine con la Mongolia: è lui il tenente colonnello che ha guidato il massacro di Bucha, una mattanza che neanche Stanley Kubrik in Arancia Meccanica aveva osato immaginare.

E poi ci sono loro i saccheggiatori di Rubtsovsk, una città davvero brutta in Siberia, dove la piazza principale ha un capannone con i vetri rotti e una vecchia statua malmessa di Lenin.

Dopo aver devastato una villa con le grandi vetrate alle porte di Bucha e aver trucidato in modo disumano la mamma, i bambini e il nonno, chiamano a casa e chiedono alle mogli che stanno tranquille in mezzo alla neve della Siberia, a Rubtsovsk, una città di merda, cosa desiderano avere dall’Ucraina, come se fossero in vacanza, e poi senza alcuna vergogna si recano in Bielorussia ed entrano in un ufficio postale e spediscono i pacchi contenenti abiti, scarpe (uno ne manda addirittura 45 chilogrammi) seghe (spero non la stessa utilizzata per fare a pezzi il bambino), trapani (nella telefonata, intercettata dai servizi segreti tedeschi,  uno dei due era molto felice di aver trovato in quella villa un trapano di fabbricazione tedesca) e addirittura le tende e i tavoli della casa.

Il postino, mi sembra di vederlo in quel sabato mattina di inizio aprile, un tipo tranquillo con degli occhialini, uno che non aveva neanche un’idea precisa sulla guerra, forse neanche tanta simpatia per gli ucraini, ma anche lui sarà stato disgustato, come tutti noi, dalla crudeltà di Bucha. Non solo manda il video delle telecamere di sorveglianza dell’ufficio postale, ma fotografa gli adesivi con il mittente e il destinatario: sedici militari russi in tutto e consegna i nomi e i cognomi, gli indirizzi e i numeri di telefono alle autorità ucraine e rispedisci i pacchi a Kiev.

E infine il ministro degli Affari Esteri, il signor Sergej Lavrov, un uomo che un giorno spero paghi per essere il responsabile morale della strage di Bucha, uno che mentre Putin si trova già da tempo negli Urali nel suo bunker a bere vodka, lui è lì al Cremlino e cerca ancora di difendere l’onore russo, o forse solo i suoi interessi, ignaro di quanto il satellite abbia registrato e di quando l’internet, un altro Dio contemporaneo, abbia trasmesso.

Ed è lì con la bava alla bocca, mentre dice che non erano i russi, ma gli ucraini, ma si vede che non ci crede tanto manco lui.

Chi invece ci crede ed è convinta di stare dalla parte del giusto è la figlia di Sergej Lavrov, Ekaterina, abita a Londra e ha sposato uno dei più ricchi signori russi, residenti nel Regno Unito.

È nata a Manhattan, quando il padre era ambasciatore in America e lì ha frequentato la scuola e il liceo e poi dritta alla Columbia University.

Lavora da Christie’s e in un’intervista per una televisione inglese ha dichiarato che lei è stata educata al bello dal padre ed è stato lui ad avere una grande influenza su di lei, e grazie a lui che lei riesce a riconoscere il bello, chissà se anche il massacro di Bucha rientri in questo tipo di educazione. E dopo aver in modo ingenuo detto che lei in Russia si sente soffocare, perché è nata in America e da anni vive a Londra, ha detto che l’unica cosa che lei sa sul conflitto è che il padre sta combattendo contro l’imperialismo americano.

Lo dice il lunedì, quando i morti di Bucha sono lì già da qualche giorni, per la strada, con le teste mozzate, i corpi divisi dai carri armati, i bambini violati e poi divisi a metà da seghe elettriche.

Il ministro inglese ha fatto come me, gli è presa una rabbia e ha tirato giù due madonne che voleva spaccare la tv. Poi il giorno dopo ha bloccato i beni della signora e del marito, invitandoli in modo gentile e inglese a lasciare l’Inghilterra.

Mentre giravo per il web questi giorni ho scoperto una scimmietta, è la scimmietta dorata Langur. Abita nelle foreste del Myanmar ed è un animaletto tranquillo con una criniera lunga e bionda e una vaga somiglianza con David Bowie.

Ho letto che questa scimmietta dalla lunga criniera liscia e bionda, è tranquilla, ma appena vede un essere umano, diventa così aggressiva che nessun scienziato sa come possa andare a finire. Lo riconosce dal profumo e si infuria così tanto che potrebbe sbranarlo nel giro di pochi minuti, perché ha una paura fottuta dell’essere umano.

Allora ho pensato, se carichiamo tutti, Putin, il presentatore televisivo che ha scritto quel bel libro Siamo russi e Dio è con noi, i saccheggiatori di Rubtsovsk e poi il tartaro mongolo, i cretini che hanno filmato le scene di violenze e di sevizie sui bambini di Bucha, il ministro degli esteri russo e anche sua figlia che lavora da Christie’s e ha sempre vissuto a Manhattan e si sente soffocare in Russia, ma anche il  generale Alexander Dvornikov, soprannominato il macellaio di Aleppo, appellativo di cui ne va fiero ed è responsabile di aver dato l’okay per il missile sulla stazione ferroviaria di Kramatorsk con la scritta in russo, “per i bambini”, uccidendo e ferendo migliaia di civili ucraini che cercavano sono una via di fuga.

Carichiamo tutti e poi a bassa quota li lasciamo sopra alle foreste del Myanmar, ignudi con le mani legate dietro da pezzi di stoffa bianca e con le bocche tappate da un nastro adesivo trasparente e poi aspettiamo che arrivino le scimmiette dorate Langur.

Ma ahimè, sono più che sicura che appena arriveranno le scimmiette, gli daranno una bella annusatina e poi tranquille continueranno la loro passeggiata e una volta al sole, mentre la scimmietta numero uno si cotonerà i capelli e l’altra mangerà le bacche rosse, la prima chiederà alla seconda.

“Ma secondo te che animali sono quelli là?”

E la scimmietta numero due farà le spallucce.

“Ma che odore hanno?”

E l’altra con pezzi di bacche rosse in mezzo ai denti risponderà tranquilla. “Di merda”.

Perché tutta questa gente non ha neanche più la puzza di un essere umano.

Un’ultima cosa.

Consiglio ai russi e a noi tutti di leggere o rileggere I demoni di Fëdor Dostoevskij, perché mentre Putin regala ai russi libri di poco valore, lui legge quelli buoni nel suo bunker degli Urali, tra un bicchierino di vodka e una partitina a freccette, e sa, come diceva il grande Dostoevskij, che per legare a te per sempre le persone, queste devono commettere un delitto per te o con te. E queste persone ti saranno per sempre fedeli, perché con te colpevoli di qualcosa di terribile, come il massacro di Bucha.

Buon Dostojewski

Der Satelliten-Gott und die goldenen Languren Affen

Als meine Tochter kleiner war, sagte der protestantische Pastor, dass Gott alles sieht, und meine Tochter fragte, ob Gott überall Kameras aufgestellt habe und dann von oben, von seinem Büro aus, beobachte, was wir tun.

Der Pastor antwortete, dass dies mehr oder weniger der Fall wäre.

Putin hatte zu Weihnachten vom Fernsehmoderator Vladimir Soloviev ein Buch zum Verschenken schreiben lassen mit dem Titel “Wir sind Russen und Gott ist mit uns.” Vielleicht wäre es weitsichtiger gewesen, das Buch “Wir sind Russen und der Satelliten-Gott beobachtet uns” zu betiteln, denn diesmal wird Putin niemandem Anderem die Schuld geben können.

Er wird nicht sagen können, dass nicht er es war, wie im Fall der 2006 getöteten Journalistin Anna Politkovskya und des 2004 in England mit Polonium (einer Substanz, die DNA zerstört) vergifteten ehemaligen KGB-Agenten Alexander Litwinenko oder im Fall von Mikhail Khodorkovsky, der als der reichste Mann Russlands gilt und grundlos (vielleicht aus Neid, wie gemunkelt wird) von Putin zu neun Jahren Gefängnis verurteilt wurde. Zum Glück lebt er jetzt in London.

Um dann mit der Ermordung des politischen Führers der Oppositionspartei, Boris Nemcov, fortzufahren, der 2015 vor dem Kreml getötet wurde. Die Liste ist viel länger, aber jedes Mal sagte Putin, dass nicht er es war, sondern beschuldigte Amerikaner, Briten und Kriminelle und jedes Mal kam er damit durch. Selbst international wurde ihm weiterhin leicht verlegen die Hand geschüttelt und Putin könnte möglicherweise deswegen in seiner Meinung bestärkt worden sein, dass er eine Lizenz zum Töten habe.

Doch diesmal lief es etwas anders.

Der Satellit, der eine Art Gott ist, mit einem Büro voller Kameras, zeichnete alles auf und zusätzlich posteten die russischen Soldaten auf Instagram ihre Fotos aus Bucha, markierten sich selbst und verwendeten darüber hinaus keine verschlüsselten Nachrichten, wie Putin es als alter Fuchs vorgeschlagen hatte, sie riefen Verwandte, Freunde und Vorgesetzte an und deutsche und britische Geheimdienste hörten die Telefonate ab.

Ich bin mir darüber im Klaren, dass Putin, ein Mann, der immer noch eine Olivetti benutzt und alle seine Kollaborateure im Kreml zwingt, keine Handys oder Smartphones oder Computer zu verwenden, sondern wegen seiner phobischen Angst, abgehört zu werden, nur ein Telefon mit Wahlscheibe oder eine Schreibmaschine. Auch denke ich, dass es für einen Mann wie Putin, der noch immer in den achtziger Jahren lebt, nicht leicht nachzuvollziehen ist, dass siebzehnjährige Soldaten nach der Einnahme aller möglichen Drogen in Bucha Mädchen vergewaltigten, Frauen töteten, indem sie mit dem Panzer über sie hinwegfuhren, alte Männer folterten, vierjährige Kinder in zwei Hälften teilten, um daraufhin ein Foto in Bucha zu machen, sich selbst zu markieren und alles auf Twitter oder Instagram zu posten.

Und so erfuhr die Welt innerhalb weniger Minuten, dass drei dickgesichtige Menschen in Bucha waren. Einer von ihnen hat in seinem Instagram-Profil sogar seine Telefonnummer. Ein anderer Idiot weint jetzt unaufhörlich auf Instagram und sagt, nachdem er sich in Bucha markiert hat, auf Russisch, dass er da gar nicht war.

Und dann war da noch er, der Anführer der Truppe, auch er macht Selfies und postet sie auf Instagram. Er hat tatarisch-mongolische Gesichtszüge, die an die großartige Arbeit des Schriftstellers Dino Buzzati und sein Buch die Tatarenwüste erinnern.

Es handelt sich um einen 41jährigen Angehörigen der größten ethnischen Minderheit in Russland mit Wohnsitz in Charabarowsk, einer russischen Stadt im Fernen Osten an der Grenze zur Mongolei, und er ist der Oberstleutnant, der das Massaker von Bucha anführte. Er scheint dieses Gemetzel befohlen zu haben, das sich nicht einmal Stanley Kubrik in seinem Film Clockwork Orange vorzustellen wagte.

Und dann sind da noch die Plünderer von Rubtsovsk, einer äußerst hässlichen Stadt in Sibirien, in der auf dem Hauptplatz ein Schuppen mit zerbrochenen Scheiben und eine schäbige alte Lenin-Statue stehen.

Nachdem sie eine Villa mit großen Fenstern am Stadtrand von Bucha verwüstet und die Mutter, die Kinder und den Großvater unmenschlich abgeschlachtet haben, rufen sie zu Hause an und fragen ihre Frauen, die in aller Ruhe inmitten des sibirischen Schnees in Rubtsovsk – einer Scheißstadt – in ihrer Heimat sitzen, was sie gerne aus der Ukraine hätten, als ob sie dort im Urlaub wären, und dann fahren sie ohne jede Scham nach Weißrussland zu einem Postamt und schicken Pakete mit Kleidern, Schuhen (eines davon sogar mit einem Gewicht von 45 Kilogramm), mit Sägen (ich hoffe, nicht die gleichen, mit denen vorher die Kinder in Stücke gerissen worden waren), mit Bohrern (in einem von deutschen Geheimdiensten abgehörten Telefonat freute sich einer der Soldaten sehr darüber, in dieser Villa einen Bohrer aus deutscher Produktion gefunden zu haben), und sogar Vorhänge und Tische aus dem Haus wurden verschickt.

Ich meine den Postbeamten an jenem Samstagmorgen Anfang April vor mir zu sehen. Er ist ein ruhiger Typ mit Brille, einer, der nicht einmal eine genaue Vorstellung vom Krieg hatte, vielleicht nicht einmal viel Sympathie für die Ukrainer, aber selbst er muss wie wir alle von der Grausamkeit von Bucha angewidert gewesen sein. Er schickt nicht nur das Video der Überwachungskameras aus dem Postamt sondern fotografiert die Aufkleber mit Absender und Empfänger: insgesamt sechzehn russische Soldaten und er liefert Vor- und Nachnamen, Adressen und Telefonnummern an die ukrainischen Behörden und schickt die Pakete nach Kiew zurück.

Und schließlich der Außenminister, Herr Sergej Lawrow, ein Mann, von dem ich hoffe, dass er eines Tages dafür bezahlen wird, der moralisch Verantwortliche für das Massaker von Bucha zu sein. Während Putin seit einiger Zeit in seinem Bunker im Ural sitzt und Wodka trinkt, ist er dort im Kreml und versucht immer noch, die russische Ehre oder vielleicht auch nur seine Interessen zu verteidigen, ohne zu wissen, wie viel der Satellit aufgezeichnet hat und seit wann das Internet einen anderen zeitgenössischen Gott ausgestrahlt hat.

Und er schäumt vor Wut, während er sagt, dass es nicht die Russen waren, sondern die Ukrainer, aber man sieht, dass nicht mal mehr er selbst so richtig daran glaubt.

Wer daran glaubt und überzeugt ist, auf der richtigen Seite zu stehen, ist Ekaterina, die in London lebende Tochter von Sergej Lawrow, die einen der reichsten Russen geheiratet hat und im Vereinigten Königreich lebt.

Sie wurde in Manhattan geboren, als ihr Vater Botschafter in Amerika war, ging dort zur Schule und High School und dann direkt zur Columbia University. Sie arbeitet bei Christie’s und erklärte in einem Interview für einen englischen Fernsehsender, dass sie von ihrem Vater zur Schönheit erzogen wurde und er einen großen Einfluss auf sie hatte und dass sie dank ihm in der Lage ist, Schönheit zu erkennen. Wer weiß, ob sogar das Massaker von Bucha zu dieser Art von Erziehung gehört, und nachdem sie naiv erzählt hatte, dass sie das Gefühl habe in Russland zu ersticken, weil sie in Amerika geboren ist und seit Jahren in London lebt, sagte sie, dass das Einzige, was sie über den Konflikt wisse, ist, dass ihr Vater gegen den amerikanischen Imperialismus kämpfe.

Sie spricht am Montag darüber, als die Toten von Bucha bereits seit ein paar Tagen auf der Straße liegen, mit abgeschnittenen Köpfen, ihre Körper von Panzern halbiert, die Kinder geschunden und dann von elektrischen Sägen halbiert.

Dem englischen Minister ging es wie mir. Er wurde wütend, begann zu fluchen und wollte sogar sein Fernsehgerät demolieren. Am nächsten Tag sperrte er das Vermögen der Dame und ihres Mannes und forderte sie auf freundliche und englische Weise auf, England zu verlassen.

Als ich dieser Tage im Internet surfte, entdeckte ich einen kleinen Affen, den goldfarbenen Langurenaffen. Er lebt in den Wäldern von Myanmar und er ist ein ruhiges Tier mit einer ausgesprochen langen goldblonden Mähne und einer vagen Ähnlichkeit mit David Bowie.

Ich habe gelesen, dass dieses kleine Äffchen mit langer, glatter und blonder Mähne ruhig und friedlich ist, aber sobald es einen Menschen sieht, wird es so aggressiv, dass kein Wissenschaftler weiß, wie die Begegnung enden wird. Das Äffchen erkennt einen Menschen am Geruch und wird so wütend, dass es ihn innerhalb von Minuten in Stücke reißen könnte, weil es eine verdammte Angst vor Menschen hat.

Also dachte ich, wenn wir alle einladen, Putin, den Fernsehmoderator, der dieses schöne Buch geschrieben hat Wir sind Russen und Gott ist mit uns, die Plünderer von Rubtsovsk und dann den mongolischen Tataren, die Idioten, welche die Szenen von Gewalt und Folter an Kindern aus Bucha gefilmt haben, den russischen Außenminister und auch seine Tochter, die bei Christie’s arbeitet, immer in Manhattan gelebt hat und glaubt in Russland zu ersticken, aber auch General Alexander Dvornikov, der den Spitznamen „Metzger von Aleppo“ trägt, eine Bezeichnung, auf die er stolz ist, und der dafür verantwortlich ist, das Okay für den Abschuss der Rakete mit der russischen Aufschrift „für die Kinder“ auf den Bahnhof von Kramatorsk gegeben zu haben, die Tausende von Zivilisten tötete und verletzte, die nach einem Fluchtweg suchten.

Wir laden alle ein und lassen sie dann in geringer Höhe über den Wäldern von Myanmar zurück, nackt, die Hände auf dem Rücken mit weißen Stoffstücken zusammengebunden und den Mund mit einem durchsichtigen Klebeband verschlossen, und dann warten wir auf die Ankunft der goldfarbenen Languren-Affen.
Doch ich bin mehr als sicher, dass die Affen, sobald sie ankommen, all diese Menschen ausgiebig beschnüffeln, um dann ruhig ihren Spaziergang fortzusetzen,  und wenn sie dann wieder in der Sonne liegen, während sich das Äffchen Nummer eins die Haare toupiert und das andere rote Beeren frisst, wird das erste Äffchen das andere fragen.

“Aber was für Tiere sind das da deiner Meinung nach?”

Und der kleine Affe Nummer zwei wird mit den Schultern zucken.

“Aber wie riechen sie?”

Und der andere mit Stücken roter Beeren zwischen den Zähnen wird ruhig antworten “wie Scheiße”.

Denn all diese Menschen riechen nicht einmal mehr wie ein Mensch.

Eine letzte Sache.

Ich rate den Russen und uns allen, Die Dämonen von Fjodor Dostojewski zu lesen oder noch einmal zu lesen, denn während Putin den Russen Bücher von geringem Wert gibt, liest er die guten in seinem Bunker im Ural zwischen einem Schuss Wodka und einem Dartspiel und er weiß, wie schon der große Dostojewski sagte, dass Menschen, um sie für immer an dich zu binden, ein Verbrechen für dich oder mit dir begehen müssen. Und diese Leute werden dir für immer treu bleiben, weil sie sich an etwas Schrecklichem wie dem Massaker von Bucha schuldig gemacht haben.

Viel Spaß beim Lesen von Dostojewski

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